Racconti
Beh è arrivato il momento.
Caro giat pubblico questa pagina per te.
Qui troverai alcuni dei racconti più brevi; cliccando sul titolo potrai scaricarli in formato word; per quelli più lunghi stile Colapesce inserirò solo il link per il download.
Ce ne sono altri: uno lo troverai su www.scheletri.com cercando Gabriele D’Arrigo (il racconto si chiama Mai nessuno mi baciò così).
Altri invece a questo indirizzo: http://www.anonimascrittori.it/modica/index.php , prova a cercare sotto pillole gialle, pillole rosse, pillole di poesia e pillole familiari.
In ogni caso spero che ti piacciano; certo è, che sei obbligato a scaricarti e stamparti La Leggenda di Colpaesce, il mio racconto lungo (un libro direi) migliore.
Ecco i link per il download:
La Leggenda di Colpaesce
Danzando sul Colle
L’orribile misfatto di Padre Johansonn
L’Idolo e l’Abisso
Soldi, cavalli e pochi di buono
Ordinaria Routine
Il Clown e il pipistrello
Beh, spero che ti piacciano!
Schiacciato come un moscerino
Sir Henry uscì di casa, socchiuse la porta
Frugò in tasca, le dita sul vecchio santino
La giornata era storta
Il vento, il tuono e la Notte.
Sulla carrozza, i lumi squarciarono
Del luogo maledetto, la coltre di nebbia
Al tumulo diretto, i pensieri vagarono
Fermarli era troppo, il verso di un nibbio
Tagliò la coltre di gelido Orrore.
Eran loro, radunati sul colle
Ombre infernali che danzano
Farneticano e muovono il loro ventre molle
Al ritmo di neonati che muoiono
Passi veloci, agognava Vendetta.
Eran molti, eran troppi
Unghie nere, calci e denti marci
Fiato nero e squittio di topi
Era lui ora, intorno a cui ballavan quei pazzi.
Stufo di osservare la risacca infrangersi sorda sullo scoglio su cui ero seduto, decisi di alzarmi e fare due passi lungo la spiaggia.
Come un braccio piegato la striscia bianca di sabbia proseguiva verso est, per poi scomparire vicino al promontorio sui cui poggiava stanca la vecchia torre di guardia spagnola.
Il cielo bruniva e il sole, pigro, scompariva all’orizzonte. I pochi rimasti si affrettavano, piegavano le asciugamani e raccoglievano le loro cose.
Solo qualcuno non rinunciava allo spettacolo rosso fuoco del sole che tramontava.
Assorto in taciti pensieri, mani in tasca, godevo della leggera brezza che mi rinfrescava il volto; mi sarei attardato volentieri ancora qualche minuto per poi risalire a piedi verso il borgo sulla collina.
Passeggiando notai incuriosito, diversi metri più in là, lo stridere stonato di qualche gabbiano che si affannava in rivo al mare.
Agitavano folli le ali e beccavano con furia una massa informe, scuotendo la piccola testa con strattoni violenti. Un pesce forse, o la carcassa di un animale?
Destata la mia mai doma voglia di sapere, mi avvicinai guardingo.
A prima vista i gabbiani sembravano avvicendarsi su un comune pezzo di legno, spugnato e coperto di alghe e mucillagine, portato dal mare da chissà quale luogo.
Ma osservandolo con accortezza era impossibile non accorgersi della fattura vagamente umana del legno. Ancor più pungolato nella mia immaginazione, mi portai più vicino, costringendo i gabbiani alla fuga. Alghe marce ricoprivano la superficie di quella che sembrava una statuetta delle dimensione di una scarpa.
L’odore che emanava era di salsedine e legno marcio. Mi chinai ad afferrarla, e non nascosi un certo ribrezzo nel saggiare la consistenza viscida e molliccia di quello strano oggetto.
Cercai di ripulirlo come meglio potei, strappando alghe gialle e verdi, e con fanciullesco stupore notai quel prosaico idolo dalla forma a me aliena: un liscio volto di fattezze quasi umane, femminee, dalle orecchie lunghe che scendevano sino al collo, come già mi era capitato di osservare in alcuni idoli africani.
Il corpo era grottesco e con sdegno posai le mani sull’unico, deforme seno (una singola, abnorme mammella da cui nasceva una strana protuberanza…un tumore?).
Ma gli arti…dio mio gli arti…quelli superiori simili a braccia umane, se non per le mani, scolpite nella forma di chele aguzze.
Le gambe invece erano assenti, e il corpo terminava con una sorta di lungo e ancor viscido tentacolo; una sirena, o un mostro marino.
Quale uomo, quale essere…avrebbe potuto scolpire una mostruosità del genere? Lunghi brividi corsero sulla mia schiena; il sole era quasi scomparso dietro la sottile linea oscura dell’orizzonte.
Mi voltai e più nessuno era rimasto per confortare il mio gelido cuore, e consolarmi del fatto che non stessi sognando. Ma poi sorrisi e la mia mente si confortò della luce e del calore del lume della ragione: “E’ solo una ridicola e grottesca statuetta pensai” e stavo per lasciarla cadere, abbandonando il suo triste destino alla presa del mare, quando notai sulla schiena una misteriosa incisione: “Psvara”
All’improvviso nessun rumore: lo stridere di un gabbiano, la risacca del mare, il vento fra gli scogli, nulla poté infrangere l’asettico ed alieno silenzio.
Mi guardai intorno, con la bocca aperta, troppo sconcertato per avere paura.
Urlai, ma nessun suono uscì dalle mie labbra. Il sole oramai era del tutto eclissato; continuai a gridare e mi sbracciai, caddi per terra e mi picchiai il capo sconvolto: quale orrore, quale incubo stavo vivendo? Dov’era…la vita? Corsi lungo la spiaggia, il gelido terrore che possedeva il mio corpo, ma con sorpresa mi fermai e un ghigno tagliò la mia mente; lo stringevo ancora fra le mani: esso, la cosa, l’orrido alieno…
Con gioia lo scagliai vero l’acqua, ma appena l’idolo lasciò le mie dita, con sgomento rammarico mi resi conto di volerlo, di agognarlo. Stavo per disperarmi quando vidi l’acqua ribollire e poi un forte ronzio mi squarciò l’udito.
“Alghe, nient’altro che alghe luminose” dovetti pensare, quando osservai un tenue e verdastro bagliore affiorare dal fondo dell’oceano per rischiarare la calma superficie dell’acqua.
Reagii d’istinto: tolsi la camicia, i pantaloni e infine le scarpe.
Dovevo…capite, io dovevo!
Immersi le mie tremanti membra nella gelida acqua scura e mi avviai a largo nuotando, verso il pallido e invitante spettacolo di luci sottomarine.
Dopo un respiro profondo m’inabissai; capii di possedere ancora le mie facoltà razionali, ma c’era qualcosa, qualcos’altro…non m’importava di me, della mia incolumità e della mia vita, o di mia moglie e dei miei figli.
Volevo solo l’idolo e le sue docili forme, e la fonte di quel forte ronzio che, sotto la superficie dell’acqua, andava crescendo. Nuotai con violenza verso la fonte di tanto stupore.
Dopo parecchi metri mi accorsi di aver bisogno d’ossigeno, ma lottai verso il fondo, dove aguzzi e neri scogli mi attendevano.
Vidi sconvolto bianche e marcescenti alghe fluttuare nell’acqua e con un ultimo, agognante sforzo mi adagiai su di loro, su quelle candide e fredde dita che scivolavano sul mio corpo.
Ma poi la notai: la luce proveniva da un oscuro anfratto fra gli scogli, una bocca protesa e affamata. Quasi affogavo, ma la sete di sapere era ben più forte, e con un’ultima moribonda bracciata mi lasciai ingoiare.
La caverna era umida, e gelida. Da brune stalattiti…“Migliaia d’anni” pensai, colava acqua luminescente. Il passaggio che si inoltrava nelle profondità era buio e sconosciuto, e solo quella flebile luce mi impedì di gridare a lungo, fino alla morte cerebrale del mio intelletto.
Mi trascinai sulle pietre aguzze per tuffarmi nel buio. Il passaggio proseguiva, ora stretto, ora alto, per centinaia e centinaia di metri;
la strada si sdoppiava ma ero certo del percorso perché la luce, e il ronzio, mi attiravano famelici. Giunsi dopo ore…o giorni?…a un loculo illuminato.
Rozzi gradini erano scolpiti nella pietra e giungevano…a un orrido pozzo: una scala a chiocciola da aliene mani costruita che si tuffava giù, negli abissi del tempo e dello spazio.
Mossi sognante il primo passo e seppi con orrore che un destino ben peggiore della morte mi stava aspettando…
L’orribile misfatto di padre Johansonn
I
Oltraggio
Non fu la repentina scomparsa del padre dominicano Johansonn, di natali olandesi ma di sangue inglese, a convincere il dottor Gaspard de Tascher e il confratello, anch’egli dominicano, Julio Ernesto Ramirez a mettersi alla ricerca del vecchio padre, le cui tracce scomparivano nella folta giungla caraibica di Domenica; bensì le oscure e sanguinose circostanze in cui era avvenuta la sparizione, e i folli taccuini rinvenuti sul luogo del delitto.
All’alba del venerdì santo padre Johansonn non era presente per uffiziare la preghiera mattutina; incuriositi dal fatto che il biondo e robusto uomo di fede difficilmente poteva essere stato colto da malessere, un novizio fu spedito a chiamarlo.
Dopo aver bussato ripetutamente senza risposta, Ricardo de Hoya, novizio che aveva praticato i voti da circa due anni, si decise ad aprire la porta socchiusa che dava sull’austera celletta: il grido di terrore del novizio risuonò rimbombando attraverso il monastero, richiamando l’attenzione degli altri confratelli.
Il lezzo che proveniva dal loculo dove alloggiava padre Johansonn era insopportabile; la scomoda branda ove sovea riposare rovesciata, e gli umidi muri di grossolana pietra erano imbrattati di vermigli schizzi di sangue.
Materiale organico, che sarebbe poi stato identificato come l’intestino della povera vittima, colava lento e svogliato lungo la fredda pietra di arenaria.
Il corpo riverso di un uomo giacea in un’oscena posizione, le ossa frantumate in un irregolare e contorto disegno, il ventre orribilmente squarciato.
La pelle scura dell individuo non lasciava dubbi e non ci volle molto per identificare la vittima: era Dominique, il negro battezzato che lavorava come uomo di fatica nel monastero.
Non era solo la posizione innaturale e l’efferata violenza con cui fu ucciso Dominique a impensierire i confratelli; terribili e blasfeme bestemmie erano tracciate col sangue, in un pittoresco disegno a forma di pentacolo, intorno al corpo massacrato.
I disegni mostravano qualcosa di troppo orribile e grottesco per essere descritto, ma fu la frase, l’infernale frase in latino tracciata con aliena precisione, che costernò i confratelli oltre ogni misura:
“L’Eterna vita attende sul capo dell’osceno serpente”
Del padre nessuna traccia, sebbene per due giorni e due notti i confratelli si diedero a setacciare il monastero e la giungla d’intorno, con inutile sforzo.
I Dominicani erano in profonda agitazione, ansiosi di risolvere l’oltraggioso mistero che aveva gettato indignazione sul monastero di St. Maria Incoronada; ciò che più preoccupava l’allora diacono Enrique erano i taccuini ritrovati sullo spartano scrivano di legno di padre Johansonn.
Il robusto padre era noto, oltre che per la sua spropositata passione nel suonare un flauto d’argento che custodiva con gelosia, per essere stato uno dei primi frati ad aver avvicinato con successo i caribi, i feroci nativi che infestavano i monti e la profonda giungla della Dominica; i tentativi di battezzarli erano stati inutili, ma dopo circa otto anni di dura missione il buon padre era riuscito a comunicare con loro, e ad essere accettato nella misteriosa comunità.
Fatto alquanto strano, e che ora metteva in ombra l’operato del buon padre, era stato il pernicioso rifiuto d’aiuto da parte di Johansonn; cocciuto insisteva per portare da solo soccorso alla sciagurato popolo di strani indigeni; e se qualche confratello offriva caritatevole il proprio aiuto, Johansonn rifiutava energicamente adducendo al fatto che era suo specifico fardello riportare quel popolo in seno a Cristo.
I taccuini, letti tutti d’un fiato dal diacono, non v’e’ dubbio, dovevano essere il parto di una mente oramai in bilico sull’orlo della follia: il vecchio padre descriveva con mano tremante e ignominosa dovizia di particolari, pagani rituali caribi, oscure e diaboliche cerimonie orgiastiche vecchie di millenni; la cui necessità di orribili e frequenti sacrifici umani non risparmiò un brivido al buon vecchio Enrique. Possibile che nessuno dei confratelli si fosse accorto che Johansonn tramava nell’ombra, dedito ad arti infernali e orribili? Possibile che il vecchio e robusto padre, di animo all’apparenza incorruttibile, avesse ceduto alla tentazione di un oscuro dio pagano?
Uno dei taccuini dalla copertina di cuoi logora era il diario del padre.
Le ultime pagine, che Enrique notò interrompersi esattamente il giorno prima del terribile delitto, erano scritte in una sorta di lucida follia:
“30 marzo 1828.
E’ venuta ora ch’io dipartisca da questa vita terrena. Con luna per tre quarti oscura e le sfere esterne allineata, allora et solo allora potrò ricevere l’oscuro natale.
Non il Dio dei cristiani, ne lo Jehova degli ebrei, ne l’Allah dei musulmani guiderà le mie mortali spoglie sulla nera soglia dell’eterno. Evocherò dall’ombra della laguna l’Antico Piumato e nel suo eterno occhio mirerò le stelle, offrendo in sacrifizio la mia vita mortale.”
Terrorizzato, e costernato, il diacono rifletté tutta la notte sulle oscure parole senza senso scritte da Johansonn; certo doveva essere uscito di senno, ma era chiara e sottintesa una volontà precisa, per quanto folle, di agire. Il padre si era dato alla macchia ed era necessario non diffondere la voce della sua pazzia: gli inglesi mal tolleravano la presenza dei Dominicani e un problema così grave doveva essere affrontato con la più salda tenacia e urgenza.
Dopo aver discorso la mattina presto con padre Ramirez, furono entrambi concordi nell’interpellare il dottor Gaspard de Tascher, gentiluomo francese di stanza al piccolo avamposto inglese sulla costa. Gaspard, che lavorava in veste di dottore e segaossa, era famoso per essere uno dei pochi francesi sopravvissuti al passaggio in mani inglesi della Dominica, nel 1763; i suoi incredibili meriti di uomo di scienza e medicina convinsero Ramirez ed Enrique a contattarlo l’indomani stesso.
Gaspard fu avvicinato da Ramirez nello spartano capanno dove prestava servizio; lesse gli oscuri taccuini di padre Johansonn e fu informato dell’oltraggiosa vicenda, senza tralasciare alcun particolare, e dopo aver esaminato il cadavere di Dominique accettò senza remore di organizzare una spedizione nella giungla.
La ricerca del vecchio pazzo sarebbe partita dall’unico posto dove era forse possibile rintracciarlo: il villaggio dei caribi nell’insenatura dove il mar dei Carabi formava una laguna.
II
Laguna
L’esile spicchio di pallida luna…per tre quarti oscura…ammantava di sogno la notte dei caraibi. L’atmosfera era tiepida e serena; il mare, qui raccolto in un’accogliente insenatura, formava un perfetto ed immobile specchio d’acqua, su cui scivolavano le tre piroghe, intagliate nel grande albero di dacryoda hexandra.
Il basso fondale sabbioso della laguna, dove riposavano colonie di gamberi che i negri, e talvolta i caribi, pescavano con lunghe aste di legno, rendeva l’acqua fosforescente, ed era possibile notare il guizzo d’argento di branchi di pesci.
Le piroghe passarono silenziose fra canne da zucchero e verdi mangrovie; una leggerissima brezza ne scostava le cime. Per un breve momento una nuvola passeggera eclissò la luna, e la notte fu tinta dal pigro ronzare delle lucciole.
Le canoe si affiancarono adagio a una macchia di bambù.
La spedizione di ricerca era composta da sei uomini: il dottor Gaspard de Tascher, che guidava la ricerca con lo scopo, se possibile, di riportare in senno padre Johansonn; il barbuto padre Ramirez e quattro negri portatori.
Tutti parlavano il creolo, ma uno dei negri affermava di parlare e comprendere il linguaggio caribe; il vecchio popolo di indigeni, per quanto amasse vivere appartato e libero nel mistero della giungla, era a contatto con l’uomo bianco dalla metà del 1400.
L’antico sangue caribe si era più volte mischiato con quello spagnolo e, come in altre occasioni, gli indigeni del luogo avevano appreso usanze e qualche parola dai conquistatori; il negro che faceva da interprete sosteneva di conoscere qualche mezzosangue caribe a cui sarebbe stato possibile rivolgere delle domande.
Scaricato l’equipaggiamento, la spedizione si accinse ad attraversare il lungo tratto di foresta che portava al villaggio dei caribi.
La vegetazione lussureggiante e umida formava una formidabile muraglia: ibischi scarlatti, manghi e papaie costellavano il sottobosco, per lasciare spazio, man mano che si saliva, a palme, alte e fenomenali felci e imponenti acoma.
Dopo diverse ore di cammino la colonna di uomini udì la strana cantilena che echeggiava nei boschi: il suono portentoso di strumenti a fiati e il ripetersi ritmico di antiche litanie lasciavano intendere lo svolgersi di un antico rito pagano.
I negri iniziarono ad agitarsi e padre Ramirez più volte si fece il segno della croce; ma Gaspard tenace li guidò avanti: il villaggio era oramai vicino.
Giunsero a una radura, ed ecco apparire le carbets, alte capanne spaziose di bambù dal tetto spiovente dove vivevano i caribi. Erano circa una cinquantina, disposte in una sorta di circolo intorno alle capanne degli anziani. Gaspard guidò gli uomini verso il centro del villaggio; notò con stupore che gli uomini erano perlopiù assenti, mentre nel villaggio erano rimaste solo le donne, coi lunghi ornamenti a forma di mezzaluna appesi a orecchie e labbra, e diversi bambini.
Ciononostante i caribi non sembrarono infastiditi dalla loro presenza.
L’oscura litania proveniva da un capanno al centro del villaggio, dove erano accalcati la maggior parte degli indigeni. Danzavano e si contorcevano in incestuosi balli intorno a quattro uomini morti, stesi su delle fronde di palma.
Gaspard, uomo cinico e di scienza che aveva più volte studiato l’antico popolo caribe attraverso i diari di padre Labat, riconobbe l’antica usanza di inserire oggetti sacri, come piume, perle argentee e cibo all’interno degli orifizi dei morti.
Con una breve occhiata il medico francese si accorse con orrore dei terribili e purulenti squarci sui cadaveri, del tutto simili a chi…o cosa… aveva assassinato il povero Dominique.
Il ballo continuò sacrilego; accanto agli esamini corpi illuminati dal fuoco un gruppo di anziani assorti fumava da antiche pipe a forma di serpente.
Gaspard condusse padre Ramirez e il negro che parlava caribe al loro cospetto; non sembravano per nulla sorpresi e anzi, uno di loro li guardò con occhi bianchi e sparuti iniziò a parlare un antico e gutturale idioma. Il negro, tremando, iniziò a tradurre: gli anziani li stavano aspettando.
Il vecchio uomo biondo, Johansonn intuì Gaspard, si era presentato la sera prima al villaggio coperto di sangue, suonando uno strano flauto d’argento. Gli uomini, ipnotizzati, lo avevano seguito lungo la montagna, sino alla laguna vulcanica in cima al monte proibito.
Gaspard chiese quale fosse il motivo e il vecchio indicò con mano tremante i quattro cadaveri. L’Antico Piumato aveva fame rispose il vecchio attraverso la bocca tremante del negro.
Il suo appetito era insaziabile e il vecchio uomo biondo aveva convinto con la magia gli uomini del villaggio a seguirlo, in una processione senza ritorno.
Gaspard si asciugò la fronte, madida di sudore, e chiese se poteva avere una guida che li portasse alla laguna nascosta. Con un cenno e uno strano fischio il vecchio chiamò un bambino dal copricapo piumato. Li avrebbe guidati lui.
III
L’Antico Piumato
Scortati dal bambino con la fronte piatta (i caribi usavano legare sassi levigati alla fronte dei bimbi per allungarne la scatola cranica) giunsero in prossimità del lago la sera dopo. Gaspard e Ramirez avevano più volte discusso riguardo la leggenda dell’antico serpente piumato che riposava nel vulcano, e che ogni tanto strisciava fuori dalla sua tana per cibarsi di vergini caribe.
Sicuramente gli anziani avevano acuito in modo superstizioso la situazione; e ancor più certa era ora la follia di padre Johansonn. Ciononostante la ricerca incuteva un certo timore reverenziale negli uomini della spedizione, che durante l’ultimo tratto attraversarono la giungla in un cauto silenzio.
Quando arrivarono a destinazione lo spicchio di luna era visibile attraverso la giungla che si fece più rada.
Gaspard si coprì il volto; all’odore intenso di zolfo se ne aggiungeva un altro ben peggiore: quello di centinaia di cadaveri in avanzata putrefazione.
Come quando arrivarono al villaggio un’oscura litania ammorbava l’aria; molteplici fiaccole illuminavano la terribile scena che si svolgeva intorno al mefitico lago: centinaia di indigeni bruni, nudi, che si univano in selvaggi e irrefrenabili atti di depravazione sessuali.
I mugugni e le urla che squarciavano il silenzio paralizzarono gli uomini di Gaspard.
Ma fu la seguente scena a minare irreparabilmente la sanità mentale di Gaspard e del povero Ramirez: sul rivo del lago padre Johansonn, imbrattato di sangue, intonava un’ancestrale melodia con un flauto d’argento. Le note, simili a blasfeme parole, evocarono in loro scene di sangue, di stupri e di violenza.
Ma era la terribile…cosa…la bestia…l’enorme rettile piumato che ondeggiava ipnotizzato davanti al vecchio padre a inspirare in Gaspard e negli altri compagni il più buio terrore:
occhi luminosi fissavano Johansonn ammaliati; l’elefantiaca testa ondeggiava sibilando mostrando un’orrenda palpebra umana che nascondeva un malvagio occhio bruno, affetto da cataratta.
Ramirez impazzito, si lanciò gridando attraverso la giungla.
Tutto si svolse in pochi minuti: i caribi, in allarme, si avventarono sul povero padre spagnolo mentre Johansonn, guaendo, guidava il mostruoso serpente verso la sua nuova preda.
I portatori negri, terrorizzati, si diedero alla fuga, ma due furono acciuffati dagli indigeni che si erano accorti della loro presenza.
Gaspard fu più fortunato: riuscì a nascondersi fra gli intricati rami di una mangrovia, ma prima di potersi dare alla fuga dovette osservare, e ascoltare, il satanico rito pagano.
Un urlo altissimo vibrò nell’aria e Gaspard, oramai folle, osservò il serpente ingoiare Ramirez.
Con incredibile e quasi divertita sorpresa il dottore francese notò che le urla continuavano irregolari a provenire dall’enorme ventre pulsante del rettile: la cosa lo stava digerendo…vivo.
Stessa sorte toccò ai due prigionieri negri.
Fu troppo e il giovane dottore svenne.
Quando il giorno dopo Gaspard rinvenne, ricordò con orrore gli incredibili avvenimenti della sera prima. Fuggì, di corsa attraverso la giungla, gridando impazzito. Padre Ramirez, i portatori…era lui l’unico sopravvissuto? Aveva vissuto un incubo o le fauci e l’occhio del mostro erano…reali?
Dopo due giorni di estenuante marcia raggiunse il villaggio vicino Portsmouth dove un battaglione di inglesi era di stanza.
Fu solo in virtù dei suoi passati servigi che il colonnello J.R. Corrington acconsentì a inviare un drappello di uomini sui monti, guidati dal folle e ridanciano Gaspard.
Sicuramente il dottore doveva essere impazzito, o almeno così pensarono gli ufficiali al comando del drappello: solo una radura vuota indicava il luogo ove, solo due sere prima, era presente il villaggio caribe. Il lago vulcanico in cima alla montagna era in secca, e non c’era nessuna traccia di un fantomatico serpente gigante.
Fu prima di essere messo agli arresti, urlando, che Gaspard notò con un attacco di ilarità un oggetto splendere in riva al lago: uno strano flauto d’argento.
L’impatto fu fortissimo. Con un esplosione di cristalli la figura ammantata di nero uscì strisciando dalle lamiere contorte dell’auto.
Si guardò intorno: nessuno si azzardava per strada. Con un gemito si alzò su una gamba. Perdeva sangue e il respiro era costretto da lancinanti fitte al petto. Non sarebbe bastato per negargli la vendetta.
Le due vetture si erano incastrate frontalmente; dal parabrezza dell’auto che la figura oscura inseguiva, sporgeva un cranio ridotto in poltiglia.
Un gemito dalla parte del passeggero richiamò l’attenzione dell’uomo in nero:qualcuno era sopravvissuto. Con uno strattone divelse ciò che rimaneva della portiera. L’uomo, che sedeva con le gambe frantumate dall’impatto fragoroso, lo guardò terrorizzato.
- Ti prego…Cristo santo…- e sputò sangue.
- Dov’e’?- chiese l’uomo in nero con un sussurro roco.
- OK..ok..al cantiere della metro giù a Chelsea…lo troverai con…- ma la stretta improvvisa sul collo gli mozzò il fiato.
L’uomo in nero alzò la nove millimetri, la schiacciò sulla fronte sanguinante dell’uomo terrorizzato e con un ghigno spezzato fece fuoco.
Fu senza sorpresa che Batman si rese conto di essere tornato a uccidere.
Scivolò come un sibilo alle spalle dei due pezzenti che proteggevano l’ingresso del cantiere.
Ne tagliò con facilità la gola e con un balzo fu inghiottito dalle tenebre.
In fondo all’edifico vide una decina di figure che ridevano e giocavano a carte. Si appostò silenzioso fra una serie di bancali. Aprì la borsa da palestra e inizio a montare sul treppiedi l’M60. Quando fece fuoco i corpi maciullati dalle pallottole furono sbalzati dalle sedie in un turbine di soldi e bicchieri infranti.
Qualcuno rispose al fuoco, qualcun altro impartì precisi ordini. Sentì uomini muoversi alle sue spalle.
L’uomo in nero si portò veloce verso il fondo, schiacciando ripetutamente il grilletto della nove millimetri per cancellare i volti di quella feccia schifosa.
-AHAHAH-.
La sua voce:si voltò e lo vide, il volto tremendamente sfigurato da un imperituro sorriso. Camminava ciondolando, reggendo in mano una bottiglia di whisky, e nell’altra una semiautomatica. Era accompagnato da tre uomini che fecero fuoco contro di lui inveendo come diavoli.
L’uomo in nero fu colpito alle gambe e con un urlo strozzato si accasciò a terra.
- Vedi…-sentì la lingua del Joker schioccare contro il palato -…Batman…-
L’uomo in nero sentì i denti sfondarsi quando la canna della pistola gli violò la bocca.
- Tu non puoi uccidermi…io…io sono metafisico!-
BAM!

